Il tendone letterario

Alberto Zuccalà

Giorgio Ponte, “La scrittura va allenata come un muscolo”

Giorgio Ponte, "La scrittura va allenata come un muscolo"

Giorgio Ponte, autore del romanzo “Io sto con Marta” (Mondadori), esce con una nuova storia intitolata “LEVI”. Il suo romanzo d’esordio è un caso editoriale: autopubblicato come ebook nel 2013 ha raggiunto migliaia di download in poche settimane e si è trasformato nel libro di una grande casa editrice. Un percorso di “stampa” sognato da moltissimi scrittori.

L’incontro con Giorgio Ponte e i suoi consigli possono rivelarsi utili a quanti si cimentano con la passione della scrittura. Di lui Paolo di Paolo dice: “Scrive con una caparbietà e un’incoscienza pari alla passione che letteralmente lo divora. Non farebbe altro”.

 

“LEVI” è il titolo del tuo nuovo lavoro. Come nasce l’idea, la storia? Chi è (o sono) i protagonisti?

LEVI è la prima storia di una trilogia, “Sotto il Cielo della Palestina”, il cui scopo è cercare di raccontare la vita di alcuni personaggi secondari del vangelo prima di quell’unico giorno in cui la loro strada si è incrociata con quella di Gesù di Nazareth. Di loro conosciamo solo il male che li aveva colpiti e con cui oggi li identifichiamo (il cieco, il lebbroso, il giovane ricco, l’emorroissa…). Io ho voluto immaginare chi fossero, come vivessero, perché si trovassero in quella particolare condizione di bisogno per cui sono ricordati. “LEVI” è la storia più complessa della trilogia, e paradossalmente quella nata dal brano del vangelo più piccolo, appena qualche riga raccontata da un solo evangelista. Sette vite che si intrecciano attorno a quella di questo bambino e della tragedia che lo vede protagonista. Volevo raccontare la fatica della sofferenza, che è sempre la stessa, da sempre, per ogni essere umano della Storia, e la possibilità di rinascita che in essa si nasconde. I dotti di Storia vi troveranno molte imprecisioni. Voglio rassicurarli: questi non sono romanzi storici. E non sono nemmeno libri di spiritualità. Qui è Gesù il personaggio secondario, e l’uomo col suo dramma il protagonista. Il mio scopo era raccontare storie credibili, senza fare strafalcioni troppo evidenti, ma nemmeno con l’ansia di verificare ogni riferimento. Come quando racconti una cosa che ti è capitata e non ricordi il colore degli occhi di quelli con cui parlavi o quanti giorni esattamente siano passati da quel momento: ciò che conta è la sostanza del racconto, non i dettagli. La verità dentro la finzione.

 

Tre aggettivi per descrivere “LEVI”. Quali sceglieresti?

Umano, Intenso, felice.

 

Ci sono differenze narrative rispetto alla storia raccontata in “Io sto con Marta”? Come è cambiato Giorgio Ponte rispetto a quella prima esperienza?

Sebbene “Io sto con Marta!” sia stato il primo libro che sia riuscito a pubblicare, esso è successivo a “Sotto il Cielo della Palestina” e nasce da un’esperienza completamente diversa. Chi ha letto Marta e ha riso con lei, si troverà certamente spiazzato rispetto a LEVI, che è un libro che può far commuovere. Marta è una commedia scritta in prima persona, al presente, con un unico punto di vista, ambientata ai giorni nostri e pesantemente autobiografica. LEVI, e gli altri due episodi che usciranno prossimamente, sono libri drammatici, scritti al passato, con un narratore in terza persona che segue alternativamente il punto di vista di ogni personaggio, e ambientati nella Palestina di duemila anni fa. Ciò che unisce entrambi i libri è il richiamo alla Speranza, la convinzione che ogni vita custodisca in sé una possibilità di gioia e di riscatto che può essere raccontata in molti modi. Inoltre, anche se Marta è nato da un’esperienza di selfpublishing, oggi essa è un libro Mondadori, e come tale è acquistabile in qualsiasi libreria.

LEVI invece è di nuovo un’autoproduzione e si può acquistare solo online in tutti i formati digitali disponibili e su tutti gli store, e in cartaceo solo tramite Amazon e StrettLib . Al momento solo le Paoline di Palermo, insieme alla libreria Lirus di Milano, si sono rese disponibili a ordinarlo per i lettori, ma con procedure complesse che solo loro in quanto librai “amici” hanno accettato di eseguire.

 

Sai che io ricerco il cuore di un libro per ritrarlo con le mie Graforecensioni su facebook. Se dovessi scegliere tu, in questa storia, una pagina da rappresentare in un disegno, quali righi sceglieresti?

È difficile raccontare una scena significativa senza “spoilerare” quale sia l’episodio biblico al quale fa riferimento l’intera storia o quale sia l’evento drammatico attorno al quale essa si svolge. La copertina rivela un dettaglio del momento più importante. Dovendo scegliere qualcosa che non riveli troppo, forse l’immagine potrebbe essere quella di Levi e Davìd, questi due bambini con qualche anno di differenza di età che si rincorrono fra le bancarelle di un mercato, mentre sul fondo si staglia solenne la figura di un centurione a cavallo. Il rapporto principale dal quale tutto è originato infatti è proprio questa amicizia innocente, nata da una perdita che entrambi hanno subito e che li ha avvicinati.

 

La tua scrittura di questo libro attinge da te o da ciò che fuori di te e hai incontrato?

In LEVI a distanza di tempo vedo quanto ci sia di me. Le ansie, le paure, le esperienze: scomposte e mescolate con la finzione sono ciò che dà verità a ciò che viene raccontato. In qualche modo, io ho vissuto queste storie.

Ho scritto questa trilogia in seguito a un periodo molto brutto della mia vita, dopo il mio ultimo anno a Roma. Mi ritrovavo su una strada che non era la mia, invischiato in una relazione con una persona malata che mi aveva risucchiato in un rapporto di dipendenza, finché non capii che il Signore mi chiedeva di abbandonare tutto e di fidarmi di Lui. Tornai a Palermo dall’oggi al domani. E ripresi a vivere. Mi sentivo così grato per quella rinascita, scampato a una tragedia annunciata, salvato. Sentivo il desiderio di raccontare questa gioia attraverso una storia di redenzione. Erano sette anni che non scrivevo più per paura di non essere capace di andare fino in fondo a un romanzo. Provai. Ciò che ne venne mi piacque e mi rese felice. Capii che era quella la mia strada. E da quel momento la difesi ad ogni costo.

 

Scrivi di getto o assecondi le pause?

Vorrei dire che scrivo di getto, ma in realtà è molto raro. Anche l’ispirazione deve essere indotta. La scrittura va allenata come un muscolo, e per la maggior parte del tempo è mestiere. Un bravo scrittore, uno scrittore disciplinato, dovrebbe scrivere ogni giorno un po’, anche poco, ma non interrompere mai. In questo io non sono un bravo scrittore. Un po’ per le mille cose di cui mi occupo come servizio, un po’ per la vita che chiama, sono costretto spesso a interrompere, soprattutto nella stesura del romanzo cui sto lavorando per ora, e questo rende tutto estremamente più faticoso e poco piacevole. Sia la trilogia di LEVI, sia “Io sto con Marta!” hanno goduto di una costanza della scrittura che ha molto giovato a entrambe le stesure, ma che mi era permessa allora, non avendo particolari esigenze economiche o altri impegni. Stando dai miei avevo potuto preoccuparmi solo di scrivere. Oggi il mio impegno pubblico e la mia testimonianza hanno portato la mia vita a intrecciarsi con quella di centinaia di altre persone, per le quali devo e voglio esserci. Inoltre non avendo più il lavoro di insegnante, devo anche lottare per la sopravvivenza e questo va a scapito della scrittura. Quando oltre a scrivere devi occuparti da solo di tutta la promozione dei tuoi libri, il tempo non è molto.

 

Tanti ragazzi autopubblicano i loro scritti. E’ un mezzo valido? Che consiglio senti di dare loro, dal momento che hai attraversato in tutto la scala editoriale prima di approdare in Mondadori?

L’autopubblicazione è un mezzo valido per farsi conoscere, a costi ridottissimi, e soprattutto per permettere in tempo reale ai lettori di leggere quello che hai scritto. Nel momento in cui scegli questa strada però diventi editore di te stesso, il che significa occuparsi di tutti quegli aspetti di cui normalmente si occupa l’editore: promozione, distribuzione, ufficio stampa, packaging ecc. Autopubblicarsi è solo il primo passo. Devi essere abile a gestire i social, sapere quali sono i picchi di visibilità su Facebook, collegarti a persone che trattano tematiche affini a quelle che tratti tu, ecc. Tutto nella speranza di innescare un passaparola che comunque non è mai del tutto programmabile. Le variabili sono infinite. Quello che posso dire è che il fattore umano è fondamentale. Senza i lettori che ne parlano, infatti, un libro autoprodotto muore subito. Ancor di più rispetto a un libro “classico”, i lettori diventano i primi e fondamentali promotori, e in questo devono essere “responsabilizzati”. Se il libro gli piace, devono sapere che se non ne parlano, nessun altro leggerà quella storia che loro hanno amato. Sono loro, le loro pagine personali, i loro blog, le loro recensioni, le uniche “vetrine” in cui quel libro sarà visibile per altri. Naturalmente, prima di ogni altra cosa, bisogna avere qualcosa da dire, e non dire qualcosa che pensi possa vendere. Il pubblico del selfpublishing paradossalmente è molto più esigente di quello tradizionale. Se il tuo lavoro non vale, non c’è promozione che basterà a fare girare il tuo libro.

 

Concludo con una domanda importante che aiuta tutti: lettori ed altri scrittori.

Forse, dopo un po’ si fa l’abitudine, ma è una scelta coraggiosa quella di “rivelare” una storia? Quant’è forte la paura di non essere compresi? Come si vince?

Immensa. Ed è ancora più grande dopo che ti sei fatto conoscere con un esordio di successo che aveva delle caratteristiche specifiche, e ti chiedi se la gente sarà pronta ad amare anche una storia completamente diversa. Come tutte le paure, anche questa non può essere vinta se non in un modo: affrontandola. Io ho paura di non essere capito, certo. Sempre. Nella scrittura come nella vita. Eppure se vuoi donare qualcosa di te agli altri, non c’è altro modo di farlo se non accettando il rischio che quella parte di te venga rifiutata. La Speranza di essere amati in verità, passa dal terrore di essere delusi o feriti da coloro che amiamo. Per me scrivere è una forma di amore. E non c’è possibilità di amore vero che non accetti la possibilità che la persona amata ti ferisca. E ti ferisce sempre, inevitabilmente. Anche i lettori, prima o poi. Ma ciò che puoi donare, ciò che puoi generare, è così bello e grande che vale la pena ogni volta correre questo rischio. Nella scrittura come nella vita.

 

Certo che “LEVI” emozionerà i tuoi tanti lettori e ne avvicinerà di nuovi, ti auguro, Giorgio, che tu sia felice!

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Alberto Zuccalà

Medico, scrittore, disegnatore, blogger. Autore de “La voce della vita” (Manni) e “La Fede è…?” (Elledici). Ha ideato le “Graforecensioni”: inviti alla lettura attraverso disegni a tema con la trama o il titolo di un libro. Ha curato le illustrazioni per alcuni editori e disegnato per importanti Onlus impegnate in ambito nazionale ed internazionale. Collabora con vari autori nel campo della musica, e coordina “Il tendone”, un blog “a più mani” dedicato gratuitamente a quanti hanno un progetto e abbiano voglia di farlo conoscere.

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